A tre anni dalla scomparsa un ricordo di Jolanda Giannusa, la magàra di Sibà, scritto da Francesca Ferrandes, che la intervistò per la sua tesi sulla superstizione
di Francesca Ferrandes
Immobile, come i ricordi lontani.
Impressa tra quelle mura di una casa che era proprio diventata un santuario.
Iolanda era conosciuta da tutti nella piccola contrada di Sibà, ai piedi della Montagna.
E, nonostante se ne sia andata da tre anni, la sua presenza permane su quel breve tratto di strada in cui c’era casa sua e dal quale si transita per raggiungere la Sauna Naturale.
Una dimora riconoscibilissima, quella di Iolanda, perché attorniata da piante di ogni genere. Era Iolanda stessa a prendersi cura di tutti quei fiori. Lei si prendeva cura delle piante, così come si prendeva cura delle persone che la raggiungevano in casa, lamentando un fastidio di qualsiasi genere.
Prendersi cura degli altri, per lei, era una missione di vita, un dono concessole da quel Dio che tanto amava e pregava.
E, nel prendersi cura degli altri, lasciava un frammento di sé in chiunque la incontrasse. Si serviva di semplici strumenti per realizzare la pratica contro il Malocchio. Acqua, olio, sale e la solita tazza.
Poi, ogni volta, quell’acqua colpita dal Malocchio, veniva riversata all’esterno della casa.
Sembra di vederla ancora lanciare lontano quel malessere che accompagnava grandi e piccini che le chiedevano aiuto e che arrivavano da ogni dove. Lei era orgogliosa di conoscere tutte quelle persone.
“Scaccia Satanasso! Vattìnne ‘nto prufùnno di lu mare! Di l’aria vinìste, di l’aria vattìnne!”
Altrove avrebbero definito Iolanda una magàra, ma lei, prima di essere ogni altra cosa, era una donna. Era una vedova infinitamente innamorata del marito perso qualche anno fa e che, attraverso i suoi ricordi, faceva ritorno a casa ogni qualvolta lei lo nominasse. Gli occhi di Iolanda si riempivano di lacrime e lei guardava oltre, come se potesse raggiungerlo sempre un po’ di più.
Tra quelle mura, per anni, Iolanda è stata la Regina. Il passo lento e pesante, il sorriso sornione, gli occhi pieni pieni di ricordi, di cose vissute, di gente conosciuta.
Sapeva d’esser amata alla follia, da tutti, Iolanda. Era stata anche sacrestana. Era un pozzo di ricordi.
Donna d’altri tempi. Donna tutta d’un pezzo.
“Non si fa per denaro questo! Si fa perché ho ricevuto un dono e devo dedicarmi agli altri”. L’autenticità di Iolanda ha costruito dapprima la sua esistenza e, poi, ne ha tinto le spoglie quando è venuta a mancare.
Le donne come Iolanda ti si attaccano addosso, le senti sulla pelle come se fossero parte di te e tu, che ancora cammini tra i viventi, diventi lo strumento della loro eco.
Tu diventi il mezzo per valicare il confine tra la vita e la morte e per portare a chi non l’ha conosciuta un frammento di ció che lei è stata.
Come diceva sempre lei: “Si Dio vole, mi truvàte cca!”
Cara Iolanda, il tuo Dio lo ha voluto, perché sei ancora qui, affacciata sul pianerottolo di casa tua e saluti con la mano l’auto che si allontana.
Ci vediamo presto. Sempre qui. Stessa casa. Stesso cuore.
Foto di Francesca Ferrandes:
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