Pantelleria: ricordo di Jolanda Giannusa, la magàra di Sibà

Pantelleria: ricordo di Jolanda Giannusa, la magàra di Sibà

02/04/2025 0 Di Redazione

A tre anni dalla scomparsa un ricordo di Jolanda Giannusa, la magàra di Sibà, scritto da Francesca Ferrandes, che la intervistò per la sua tesi sulla superstizione

di Fran­ce­sca Ferrandes

Immo­bi­le, come i ricor­di lontani.
Impres­sa tra quel­le mura di una casa che era pro­prio diven­ta­ta un santuario.
Iolan­da era cono­sciu­ta da tut­ti nel­la pic­co­la con­tra­da di Sibà, ai pie­di del­la Montagna.
E, nono­stan­te se ne sia anda­ta da tre anni, la sua pre­sen­za per­ma­ne su quel bre­ve trat­to di stra­da in cui c’era casa sua e dal qua­le si tran­si­ta per rag­giun­ge­re la Sau­na Naturale. 
Una dimo­ra rico­no­sci­bi­lis­si­ma, quel­la di Iolan­da, per­ché attor­nia­ta da pian­te di ogni gene­re. Era Iolan­da stes­sa a pren­der­si cura di tut­ti quei fio­ri. Lei si pren­de­va cura del­le pian­te, così come si pren­de­va cura del­le per­so­ne che la rag­giun­ge­va­no in casa, lamen­tan­do un fasti­dio di qual­sia­si genere.
Pren­der­si cura degli altri, per lei, era una mis­sio­ne di vita, un dono con­ces­so­le da quel Dio che tan­to ama­va e pregava. 
E, nel pren­der­si cura degli altri, lascia­va un fram­men­to di sé in chiun­que la incon­tras­se. Si ser­vi­va di sem­pli­ci stru­men­ti per rea­liz­za­re la pra­ti­ca con­tro il Maloc­chio. Acqua, olio, sale e la soli­ta tazza. 
Poi, ogni vol­ta, quell’acqua col­pi­ta dal Maloc­chio, veni­va river­sa­ta all’esterno del­la casa. 
Sem­bra di veder­la anco­ra lan­cia­re lon­ta­no quel males­se­re che accom­pa­gna­va gran­di e pic­ci­ni che le chie­de­va­no aiu­to e che arri­va­va­no da ogni dove. Lei era orgo­glio­sa di cono­sce­re tut­te quel­le persone. 
Scac­cia Sata­nas­so! Vat­tìn­ne ‘nto pru­fùn­no di lu mare! Di l’aria vinì­ste, di l’aria vat­tìn­ne!
Altro­ve avreb­be­ro defi­ni­to Iolan­da una magà­ra, ma lei, pri­ma di esse­re ogni altra cosa, era una don­na. Era una vedo­va infi­ni­ta­men­te inna­mo­ra­ta del mari­to per­so qual­che anno fa e che, attra­ver­so i suoi ricor­di, face­va ritor­no a casa ogni qual­vol­ta lei lo nomi­nas­se. Gli occhi di Iolan­da si riem­pi­va­no di lacri­me e lei guar­da­va oltre, come se potes­se rag­giun­ger­lo sem­pre un po’ di più. 
Tra quel­le mura, per anni, Iolan­da è sta­ta la Regi­na. Il pas­so len­to e pesan­te, il sor­ri­so sor­nio­ne, gli occhi pie­ni pie­ni di ricor­di, di cose vis­su­te, di gen­te conosciuta. 
Sape­va d’esser ama­ta alla fol­lia, da tut­ti, Iolan­da. Era sta­ta anche sacre­sta­na. Era un poz­zo di ricordi.
Don­na d’altri tem­pi. Don­na tut­ta d’un pezzo. 
Non si fa per dena­ro que­sto! Si fa per­ché ho rice­vu­to un dono e devo dedi­car­mi agli altri”. L’autenticità di Iolan­da ha costrui­to dap­pri­ma la sua esi­sten­za e, poi, ne ha tin­to le spo­glie quan­do è venu­ta a mancare. 
Le don­ne come Iolan­da ti si attac­ca­no addos­so, le sen­ti sul­la pel­le come se fos­se­ro par­te di te e tu, che anco­ra cam­mi­ni tra i viven­ti, diven­ti lo stru­men­to del­la loro eco.
Tu diven­ti il mez­zo per vali­ca­re il con­fi­ne tra la vita e la mor­te e per por­ta­re a chi non l’ha cono­sciu­ta un fram­men­to di ció che lei è stata. 
Come dice­va sem­pre lei: “Si Dio vole, mi tru­và­te cca!
Cara Iolan­da, il tuo Dio lo ha volu­to, per­ché sei anco­ra qui, affac­cia­ta sul pia­ne­rot­to­lo di casa tua e salu­ti con la mano l’auto che si allontana. 
Ci vedia­mo pre­sto. Sem­pre qui. Stes­sa casa. Stes­so cuore. 
 

Foto di Francesca Ferrandes: